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Genere e organizzazione sul luogo di lavoro

Come evidenziato nell’articolo della settimana passata (a tema Conciliazione tra lavoro e famiglia), a partire dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso, la partecipazione delle donne al mondo del lavoro ha fatto emergere e via via diventare non più trascurabili alcune questioni in materia organizzativa.

Tra queste, la cosiddetta problematica della doppia presenza, che sta ad indicare la
contemporanea presenza delle donne nella famiglia e nel mercato del lavoro, nel privato e
nel pubblico, con il paradosso e la difficoltà di “esserci” pienamente e allo stesso tempo.
In un contesto così delineato, la discriminazione in ambito professionale nei confronti delle
donne si evidenzia come un fenomeno ancora molto diffuso, riconducibile a due ordini di
motivi.

Discriminazione femminile? I due ordini di motivi

  • In primo luogo, proprio l’esigenza di essere presenti in famiglia impedirebbe l’assunzione di alti livelli di responsabilità in ambito professionale: è ciò che si definisce
    discriminazione verticale o fenomeno del soffitto di cristallo, in cui cioè viene ostacolato il raggiungimento dei più alti livelli nella carriera.
  • In secondo luogo, è erroneamente diffusa la credenza che il lavoro svolto tradizionalmente in famiglia abbia determinato, per le donne, lo sviluppo di competenze di cura e accudimento, che le portano ad essere adatte esclusivamente o prevalentemente ad alcuni ruoli o professioni. Tale fenomeno si definisce discriminazione orizzontale o terziarizzazione del lavoro femminile. In esso, si concretizza una segregazione occupazionale che vede le donne relegate in segmenti professionali che offrono scarsa visibilità, scarso riconoscimento economico e sociale, nonché poche opportunità di carriera.

Il concetto di genere ed il tema dell’attribuzione dei ruoli di genere nel contesto delle
organizzazioni sono stati oggetto di molteplici studi; in particolare, tre sono gli approcci che
spiegano la discriminazione nei confronti delle donne.

Approccio biologico

In base all’approccio biologico, le disuguaglianze di genere nel lavoro e nella società sono
riconducibili a differenze morfologiche dei cervelli maschile e femminile, rispettivamente
più abili nelle competenze visuo-spaziali e verbali. Inoltre, le differenze biologicamente
determinate sono anche sottolineate da diversità fisiche, che rendono gli uomini più adatti
a compiti che richiedono forza fisica e le donne più adatte a mansioni che impieghino la
delicatezza.

Approccio socioculturale

Nell’approccio socioculturale, il genere è letto nei termini di una costruzione sociale e
culturale, frutto dell’interazione di processi di socializzazione nella famiglia, nella società e
nelle organizzazioni. Mediante tali processi, maschi e femmine acquisiscono il ruolo di
uomo o di donna; e proprio nel ruolo sono inscritte le dinamiche di potere e
subordinazione che innervano le relazioni di genere. I contesti organizzativi riflettono
questo tipo di cultura mediante una connotazione gendered, prevalentemente al maschile:
ciò si evidenzia, per esempio, attraverso il linguaggio, declinato al maschile.

Approccio psicoanalitico

Nell’approccio psicoanalitico, Freud ha proposto una teoria dello sviluppo dell’identità
femminile per differenza (e mancanza) da quella maschile: ipotizza infatti un unico modello
di sviluppo dell’identità sessuale che ha il suo momento di apice nel complesso edipico;
per gli uomini, esso si risolve grazie alla paura della castrazione, da cui si forma una
personalità adulta e consapevole; per le donne, invece, il complesso edipico resta senza
soluzione, e ciò porta a passività e debolezza morale, nonché ad una personalità
incompiuta.

genere e organizzazione, immagine segna posto

Genere e organizzazione oggi

Oggi, tali approcci sono in gran parte superati. Gli studi più recenti conducono alla
cosiddetta teoria queer, prospettiva in cui vengono esaltate le variazioni e le
frammentazioni di genere. Il genere non è più visto come un attributo, come una
caratteristica stabile del soggetto, bensì come un composto fluido che si fa e si disfa
continuamente.
Ciò che continua ad imporsi è la costruzione immaginaria che, nel corso del tempo, la
divisione dei ruoli sessuali ha assunto e prodotto. Spetta, dunque, principalmente ai singoli ma anche alle organizzazioni, contribuire a smantellare l’eteronormatività, che ingabbia i ruoli di genere in prospettive stereotipiche e non permette il vero sviluppo delle potenzialità personali.

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Federica Bullaro

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